È una delle esperienze più disorientanti dopo la fine di un rapporto difficile.
Con il tempo la mente diventa lucida: riconosce dinamiche che durante la relazione erano confuse, vede con più precisione ciò che non era sostenibile, capisce perché continuare avrebbe significato restare dentro qualcosa di logorante.
Eppure questa comprensione non coincide automaticamente con il distacco emotivo ed è proprio da questa distanza che nasce la sensazione di contraddizione.
Se la mente è lucida e si è compreso, perché il legame non è completamente sciolto?
Esiste spesso una distanza tra lucidità cognitiva e sistemi automatici interni. Comprendere non equivale a essere liberi.
Quando il rapporto finisce non si perde solo l’altra persona, rimangono sospese anche alcune parti dell’esperienza, come la versione di sé che esisteva dentro quella relazione, ciò che si provava nei momenti in cui funzionava e quello che si era iniziato a immaginare o costruire.
Se si ripercorrono con lucidità gli episodi difficili, le tensioni e i momenti in cui il rapporto era chiaramente sbilanciato o doloroso, spesso diventa evidente che non è tanto quella persona in sé a mancare, per questo continuare a ripetersi che quella relazione era sbagliata serve fino ad un certo punto, perché nella maggior parte dei casi questa consapevolezza c’è già e il lavoro non riguarda più capire, ma riappropriarsi di ciò che, dentro quella storia, apparteneva comunque a noi: la capacità di provare certi sentimenti, il desiderio di costruire qualcosa, l’apertura emotiva che si era attivata, perfino una vitalità interiore che in quella relazione aveva trovato una forma.
Queste parti non devono scomparire con la fine del rapporto. Devono uscire da quel legame esclusivo e trovare altre forme di espressione nella vita, non solo in un’altra relazione, ma anche come espressione di sé.
Quando restano agganciate solo a quella storia, la mente può essere lucida, ma una parte dell’esperienza continua a vivere quella perdita come un vuoto, e spesso compare anche un’altra reazione, meno evidente ma molto frequente: la rabbia.
Non è solo la mancanza a creare disagio, a volte è il pensiero di non doversi sentire così. La mente è lucida e proprio per questo la persistenza di un legame emotivo viene vissuta come qualcosa di scomodo, umiliante, perfino inaccettabile.
La rabbia quindi non è sempre rivolta verso l’altra persona, spesso è rivolta verso se stessi, verso quella parte che continua a reagire emotivamente anche quando la mente ha già chiuso il discorso, verso il fatto di non essere ancora completamente liberi da qualcosa che razionalmente è già stato riconosciuto come sbagliato.
Comprendere una dinamica è importante, ma non modifica automaticamente il modo in cui certi ricordi sono stati registrati, le associazioni emotive che continuano ad attivarsi o l’immagine di sé che si era formata dentro quel rapporto.
Quando la mente è lucida ma le emozioni non sono ancora coerenti, non significa che la persona sia debole o confusa. Significa semplicemente che alcune parti dell’esperienza devono ancora essere integrate.
È su questo processo che avviene il lavoro.
Finché questo passaggio non avviene può restare quella sensazione paradossale: sapere con chiarezza che una relazione non era giusta e, allo stesso tempo, continuare a sentirne la mancanza.