All’esterno può sembrare forza, controllo, affidabilità, equilibrio, a volte persino successo. Ma non tutto ciò che appare stabile nasce da una condizione di libertà.
Molte identità si costruiscono attorno ad una necessità adattiva, perché gli esseri umani apprendono molto presto quali comportamenti aumentano le probabilità di essere accolti, riconosciuti e mantenuti all’interno di un legame.
Ogni persona sviluppa una propria organizzazione interna.
C’è chi impara a diventare indispensabile, chi a non disturbare, chi a controllare costantemente l’ambiente, chi a funzionare in modo esemplare, chi a rendersi necessario attraverso la cura, la disponibilità, la capacità di assorbire il peso emotivo degli altri.
Con il tempo queste modalità smettono di essere strategie e diventano identità. Il confine diventa difficile da riconoscere, perché una persona può trascorrere anni credendo di esprimere se stessa, mentre in realtà continua a ripetere una forma di adattamento che in passato ha funzionato.
Il problema non è il comportamento in sé.
Molte di queste persone sono competenti, intelligenti, sensibili, performanti. Il problema emerge quando tutta l’organizzazione interna si irrigidisce attorno a quella struttura e la possibilità di esistere al di fuori di essa diventa sempre meno accessibile.
Nasce così la necessità di proteggere l’immagine di sé con cui ci si identifica, perché insieme a quell’immagine viene protetta anche una forma di sicurezza.
Per questo il cambiamento reale e stabile non coincide quasi mai con una semplice decisione razionale.
Molte persone sanno perfettamente cosa dovrebbero fare. Sanno che dovrebbero smettere di controllare tutto, esporsi di più, interrompere certe dinamiche, lasciarsi vedere in modo più autentico. Eppure non riescono a sostenere quel cambiamento nel tempo, non per mancanza di volontà, ma perché il sistema continua a percepire come più sicura la struttura conosciuta, anche quando produce sofferenza, compressione, ripetizione.
L’essere umano non ricerca automaticamente ciò che è migliore per se stesso. Molto spesso ricerca ciò che il sistema nervoso riconosce come prevedibile, perché è già stato testato, ha già garantito sopravvivenza e quindi viene percepito come sicuro. È anche per questo che alcune persone continuano a scegliere relazioni simili, ambienti simili, conflitti simili, perfino quando ne comprendono razionalmente il costo.
La familiarità viene facilmente scambiata per sicurezza e quando una struttura adattiva viene mantenuta abbastanza a lungo, il corpo si abitua e l’intera organizzazione interna inizia a modellarsi attorno a quella configurazione.
Cambiano il modo di respirare, il livello di tensione interna, il tono emotivo di base, il modo in cui una persona occupa spazio, entra nelle relazioni, prende decisioni, percepisce possibilità. Molte persone non si rendono conto di quanto il proprio comportamento quotidiano sia influenzato da micro-risposte automatiche che avvengono continuamente sotto la soglia della consapevolezza.
L’obiettivo non è diventare “un’altra persona”, altro da sé, ma comprendere quanto di ciò che viene percepito come identità sia in realtà il risultato di adattamenti protratti nel tempo.
Quando questo accade, solitamente inizia a comparire una sensazione molto particolare: la percezione che esista altro. Non necessariamente qualcosa di eclatante. A volte emerge in momenti semplici: un luogo diverso, un viaggio, un corpo che inizia finalmente a rilassarsi, una conversazione che apre spazio, un ambiente in cui non è più necessario mantenere costantemente lo stesso personaggio.
Per alcune persone queste situazioni costituiscono la prima esperienza di una forte presenza a se stesse. Quando diminuisce il controllo costante necessario a mantenere un ruolo adattivo, cambia anche ciò che una persona riesce a percepire rispetto a se stessa e al mondo.
Cambia la propria energia, cambiano le reazioni automatiche, le opportunità che vede e coglie, il modo in cui entra in relazione, il livello di presenza da cui opera.
Soprattutto cambia il rapporto con sé stessi.
Con The Jan Approach™ il lavoro si concentra proprio su questi processi, non sulla semplice modifica del comportamento, ma su ciò che lo genera e lo mantiene nel tempo: percezione di sé, organizzazione identitaria, reazioni automatiche, sistema nervoso, immagini interne, modalità relazionali.
Perché senza una trasformazione di questi livelli, molte persone continuano semplicemente a costruire nuove versioni della stessa struttura.
Il cambiamento reale non coincide con l’aggiungere nuove strategie sopra quelle esistenti. Inizia nel momento in cui una persona smette gradualmente di identificarsi esclusivamente con ciò che ha dovuto diventare per adattarsi.
Ed è spesso così che comincia a comparire una sensazione diversa di spazio, tempo, possibilità e libertà.