Mentre camminavo sulla spiaggia di Marbella ho pensato I belong here. Ho sentito con chiarezza di appartenere a quel luogo e, ancora di più, alla versione di me che quel luogo mi permette di vivere. Marbella unisce il lusso e la cura del dettaglio a una vita naturale, sana, trascorsa in gran parte all’aperto, e lascia spazio sia alla semplicità sia alla raffinatezza. In quell’equilibrio ritrovo un’immagine di me che ho riconosciuto da tempo come mia e che lì coincide pienamente con la vita che sto vivendo.
Riconoscersi è una sensazione particolare. Il corpo si rilassa e le scelte diventano più semplici, perché non c’è più bisogno di negoziare continuamente tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo. Molti la provano in viaggio e la archiviano come un ricordo piacevole, destinato a chiudersi con il rientro. Credo invece che meriti molta più attenzione, perché contiene un’informazione precisa su chi siamo.
Pochi giorni fa ho raccontato la storia di una mia cliente, una professionista ambiziosa che dopo un viaggio ha cominciato a guardare con crescente insofferenza l’azienda in cui lavora da anni. Le è accaduto qualcosa di molto frequente. Lontano dal contesto abituale, il sistema nervoso esce per qualche tempo dagli automatismi che regolano la quotidianità, e riemergono aspetti di sé rimasti in secondo piano, come la vitalità, la curiosità e il bisogno di spazio. Al rientro, il confronto con l’ambiente di sempre rende visibile una distanza che prima veniva assorbita dall’abitudine.
Il disagio che nasce da questa distanza viene spesso trattato come un problema da risolvere in fretta, con una decisione impulsiva oppure, più spesso, con un lento ritorno all’anestesia della routine. Dopo qualche settimana la sensazione si attenua e tutto sembra tornare normale. Quel disagio segnala però un’incoerenza tra l’immagine interna di sé e la realtà che si sta vivendo, e finché l’incoerenza resta, continua a manifestarsi in altre forme, attraverso stanchezza, irritabilità, perdita di entusiasmo o la percezione di vivere al di sotto delle proprie possibilità.
Nel mio lavoro osservo ogni giorno quanto l’identità operi al di sotto della consapevolezza. L’immagine inconscia che abbiamo di noi stessi determina ciò che percepiamo come normale, possibile e sostenibile, e il sistema nervoso tende a considerare sicuro ciò che è familiare, anche quando ci sta stretto. Per questo restiamo a lungo in ambienti, relazioni e ruoli che non ci rappresentano più. Il luogo in cui ci siamo riconosciuti ci mostra invece una configurazione di noi stessi più ampia, già presente come potenziale, che il corpo ha potuto sperimentare per qualche giorno.
La domanda più utile riguarda allora la persona che in quel luogo eravamo, il modo in cui si muoveva e sceglieva, ciò che considerava accettabile e ciò che non era più disposta a tollerare. Per me Marbella ha rappresentato prima di tutto uno stato interno che ho riconosciuto come mio, e solo in seguito è diventata parte concreta della mia vita. Il lavoro consiste nel rendere quello stato sempre più familiare, fino a integrarlo nel corpo e nella quotidianità, così che le scelte esterne diventino la conseguenza naturale di una nuova organizzazione interna.
Con la mia cliente stiamo lavorando in questa direzione, integrando la sua ambizione professionale con la libertà e la vitalità nelle quali si è riconosciuta. La forma che prenderà il suo futuro nascerà da questa visione di sé più completa.
Se di recente hai provato quella sensazione di appartenenza, in un viaggio, in un incontro o in un’esperienza, e al rientro la tua vita ti è sembrata più stretta, considerala un’informazione preziosa. Se desideri capire cosa ti sta indicando e come portarla nella tua realtà quotidiana, puoi scrivermi attraverso il modulo di contatto per valutare un percorso insieme.