Osservando gli esseri umani, però, emerge qualcosa di particolare. Persone diverse possono vivere la stessa esperienza in modi profondamente differenti. Per alcuni emerge soprattutto la rabbia legata al senso di impotenza di fronte a qualcosa che non può essere cambiato. Per altri prevale il rimpianto per ciò che non è stato detto, fatto o condiviso. Per altri ancora il senso di ingiustizia per ciò che è stato perso. In altri casi emerge soprattutto la gratitudine per aver avuto la possibilità di conoscere quella persona e di percorrere insieme un tratto di vita.
Questo non significa che una modalità sia più corretta di un’altra o che una persona soffra più o meno di un’altra. Suggerisce però che tra la realtà oggettiva e l’esperienza che ciascuno ne fa esiste sempre uno spazio in cui entrano in gioco storia personale, significati, aspettative e interpretazioni.
Lo stesso fenomeno può essere osservato in molti altri ambiti della vita. Una separazione può essere vissuta come un fallimento oppure come la conclusione naturale di qualcosa che aveva esaurito la propria funzione. Un trasferimento può essere percepito come una perdita oppure come un’apertura verso nuove possibilità. Un cambiamento professionale può essere interpretato come una minaccia o come un’opportunità. Perfino un periodo della propria vita può assumere significati completamente diversi a distanza di anni.
Tendiamo spesso a considerare la nostra esperienza del mondo come una rappresentazione fedele della realtà. Eppure ciò che vediamo non dipende soltanto da ciò che abbiamo davanti agli occhi. Dipende anche da ciò che abbiamo vissuto, da ciò che abbiamo imparato a temere, desiderare, cercare, evitare e considerare possibile.
Da questa prospettiva emerge una domanda interessante. È possibile accorgersi di questi processi mentre stanno avvenendo e modificarli?
Aumentare la consapevolezza non significa necessariamente cambiare immediatamente ciò che si prova. Spesso significa iniziare ad osservare con maggiore chiarezza la propria esperienza.
È ciò che nel mio lavoro chiamo fare l’osservatore.
Fare l’osservatore significa portare attenzione ai pensieri che si attivano, alle sensazioni presenti nel corpo, alle emozioni che emergono e al significato che stiamo attribuendo ad una determinata situazione.
Quando una persona è completamente immersa in una reazione emotiva, raramente mette in discussione ciò che sta percependo. La rabbia, la paura, il rifiuto, il senso di ingiustizia o di fallimento tendono a rendere più difficile prendere distanza dalla propria esperienza e osservarla da prospettive differenti.
Fare l’osservatore significa proprio creare quella distanza.
Diventa possibile osservare se la propria risposta nasce realmente dalla situazione presente oppure se si stanno attivando esperienze passate, aspettative, influenze, condizionamenti o conclusioni assorbite nel corso della vita.
Questo non elimina necessariamente l’emozione e non significa negare ciò che si prova. Permette però di creare uno spazio tra l’evento e la reazione.
È spesso in quello spazio che aumenta la presenza a sé stessi e diventa possibile riconoscere che ciò che stiamo vivendo potrebbe non essere l’unica interpretazione disponibile.
Con il tempo può emergere una comprensione diversa del rapporto che abbiamo con la realtà. Una comprensione che non nasce dal controllo degli eventi, ma da una maggiore presenza a sé stessi e dalla capacità di osservare con più chiarezza il modo in cui partecipiamo alla costruzione della nostra esperienza.
La consapevolezza non modifica necessariamente ciò che accade, ma può modificare profondamente il modo in cui attribuiamo significato alle nostre esperienze e, di conseguenza, le scelte che compiamo nel tempo.